PhC 2020 OpenCall-Honorable Mentions

I progetti hanno avuto la menzione di onore in base ad una assegnazione di punteggi che prendevano in considerazione: qualità artistica, ricerca artistica, rigore del progetto, attinenza alla tematica del concorso, qualità espressiva, originalità del progetto, CV artistico. Le foto dei progetti: ” A je Burrnesh” di Paola Favoino, “Proposta” di Alessandro Vitali. Gli artisti hanno colpito molto la giuria anche per la loro espressività della tematica riguardante l’opera. Di seguito i testi e le foto dei relativi progetti. Sito web di Paola: http://www.paolafavoino.com . Sito web di Alessandro: https://alessandro-vitali.jimdofree.com

“A je Burrnesh” di Paola Favoino

A je Burrnesh è il racconto di numerosi viaggi che Paola Favoino ha fatto in Albania tra il 2011 e il 2017 e dell’incontro con alcune delle ultime burrnesh (overgini giurate). Oltre a una raccolta delle storie di vita di 5 donne burrnesh, cui Paola Favoino ha dedicato 7 anni di ricerca, raccogliendone le interviste e realizzando un reportage fotografico, A je Burrnesh è anche il racconto di ciò che in queste singole storie rimane incompiuto, non risolto, velato, come ha scritto l’autrice:”nascosto così bene da risultare invisibile”. E’ anche un lavoro sul confine: tra i generi, tra i ruoli sociali e familiari, tra ciò che è collettivo e ciò che è individuale. Il colore blu, che accompagna in vario modo il progetto, è utilizzato come elemento forte che riempie un vuoto narrativo, rendendo manifesta un’assenza.

Dalla prefazione al libro:

Ho iniziato questo lavoro con la curiosità di chi parte alla ricerca di un tesoro su un’isola sconosciuta. La mia isola era l’Albania e il tesoro le burrnesh. Questo libro racconta il mio viaggio, mettendo a nudo l’ambiguità e l’incompiutezza che l’accompagnano. Ma chi sono le burrnesh? Donne, a volte ancora bambine che, all’interno dei propri clan, in un clima in cui il senso del dovere era fortemente alimentato, venivano scelte per crescere come uomini e far fronte in futuro all’assenza di un capo-famiglia maschio, oppure ragazze che, per evitare il matrimonio o le conseguenze di un suo fallimento, senza però infangare il buon nome della famiglia, semplicemente vi rinunciavano, vestendo abiti maschili e facendo un giuramento di verginità. Tracce di questa consuetudine si trovano nel Kanun di Lek Dukagjini del 1450, contenente le norme morali e giuridiche e le tradizioni orali stratificate nei secoli che regolavano la vita del popolo delle montagne. “Un imprevisto della Storia, un’improvvisa mutazione genetica della società”, le definisce Eliana Leshaj, scrittrice albanese; il pezzo rimosso di una Storia travagliata, per me. Per sette anni ho seguito il cammino di alcune di loro che sono diventate per me una seconda famiglia, lontana solo di poco rispetto all’altra. Fize e Gjin, Mark e Mol, più anziane, appartenenti ad un’epoca più lontana, hanno aderito pienamente al ruolo che la storia ha loro assegnato. Gjystina, più giovane, ha mantenuto più delle sue “madri” un attaccamento alla propria identità, rimanendo aggrappata al suo vero nome. Ma ciò è solo forma, la sostanza è rimasta la stessa: un vuoto riempito da altri e una verità nascosta così bene da risultare invisibile.

“Proposta” di Alessandro Vitali

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, inizia così la canzone de I Giganti Proposta, presentata al festival di Sanremo nel 1967. I fiori, quindi la natura, e le armi. Due concetti così antitetici, spesso usati proprio in contrapposizione l’uno all’altro: il bene e il male. Ma la natura e le armi ci parlano anche di individui, di scelte e soprattutto di comunità, riportandoci ad una ancestralità e a una manualità che stiamo dimenticando. Partendo da foto d’archivio delle trincee della Grande Guerra, riutilizzate come orti nell’immediato dopoguerra, passando per close-up ripresi da manuali tecnici e libretti d’istruzioni, le mani diventano il legame per raccontare e accostare questi due mondi, un tentativo di parlare di collaborazione, di ricordarci che siamo umani. La vicinanza visiva tra le trincee e i solchi degli aratri nelle foto d’archivio e la somiglianza tra i gesti di un giardiniere e quelli di un soldato che impugna un’arma, portano alla rappresentazione delle sole mani, eliminando l’oggetto per portare nello spettatore una consapevolezza: siamo uomini.